Ancora sigilli sugli stabilimenti balneari di Ostia. Dopo Il Venezia, stavolta tocca al Capanno, lido storico e punto di riferimento della movida romana, noto per il suo ristorante sulla spiaggia e gli aperitivi al tramonto. Il sequestro è scattato la mattina di giovedì 26 giugno, a seguito di un blitz congiunto del sesto nucleo operativo della Guardia di Finanza di Ostia e della polizia locale, su mandato della Procura di Roma, che da tempo sta conducendo una vasta indagine per ripristinare la legalità nelle concessioni balneari.
Sequestro tra abusi edilizi e falle nelle autorizzazioni
Secondo quanto emerso, nonostante la concessione demaniale marittima sia ancora valida, nello stabilimento sarebbero stati rilevati abusi su alcune cabine, un grande manufatto in muratura e varie travi in legno, oltre a criticità nelle autorizzazioni, soprattutto per quanto riguarda i vincoli paesaggistici. Il blitz era atteso da giorni: già una decina di giorni fa gli agenti avevano effettuato rilievi fotografici e tecnici.
La reazione dei gestori
Cristiano Giacometti, figlio dello storico gestore Silvio Giacometti, ha fatto sapere che la famiglia intende presentare ricorso al Tar e chiederà al Tribunale del Riesame di poter abbattere gli abusi e riaprire lo stabilimento. Tuttavia, i tempi sembrano tutt’altro che brevi.
Nel frattempo, gli abbonati potranno accedere alle cabine per recuperare i propri effetti personali, ma lo stabilimento resta chiuso.
Il contesto: una maxi-indagine sulla legalità
Il Capanno è il secondo lido sequestrato nell’ambito dell’indagine avviata dalla Procura già lo scorso anno. Il 20 maggio scorso, altri quattro stabilimenti balneari sono stati chiusi perché rimasti aperti nonostante le concessioni fossero scadute. Un filone d’indagine diverso, ma che rientra nella stessa strategia di controllo e regolarizzazione del litorale romano.
Non è la prima volta
Il Capanno non è nuovo alle cronache: il 21 luglio 2012, durante una giornata affollata, fu ritrovato un pacco bomba nei pressi delle cabine. Si rivelò poi un gesto dimostrativo, ma contribuì a rafforzare l’immagine controversa di uno stabilimento storico, ora di nuovo al centro dell’attenzione per motivi giudiziari.
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