Buoni pasto, computer, assunzioni di parenti e persino mazzette in denaro: questi i favori ricevuti da cinque dipendenti del Dipartimento Simu (Sviluppo infrastrutture e manutenzione urbana) di Roma Capitale, in cambio della mancata vigilanza sugli interventi di manutenzione degli ascensori nelle case popolari. Un sistema di corruzione sistematica, scoperto da un’inchiesta giudiziaria avviata nel 2022 e oggi giunta a un punto di svolta: i cinque funzionari hanno chiesto di patteggiare pene comprese tra i 3 e i 4 anni di reclusione.
L’indagine, che ha già coinvolto complessivamente 15 persone, riguarda una rete estesa di responsabilità e omissioni legate a impianti in diversi quartieri della Capitale, da Tor Bella Monaca a Ostia, passando per Colle degli Abeti e altri comprensori popolari. Secondo le accuse, i dipendenti pubblici avrebbero attestato falsamente l’effettuazione di controlli e verifiche, fingendo l’esecuzione di interventi mai avvenuti, in cambio di favori da parte delle ditte appaltatrici.
Nel dettaglio, sono finiti sotto inchiesta:
-
Francesco Favero, funzionario del Dipartimento Simu,
-
Gianni Polimanti,
-
Franco Pietropaoli,
-
Alessandro Sbardella,
-
Arnaldo Di Cicco, tecnico in servizio nel X Municipio.
I cinque sono accusati, a vario titolo, di corruzione, frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico, truffa e ricettazione. Tra le contestazioni, vi è anche la mancata segnalazione di gravi inadempienze contrattuali da parte delle aziende incaricate, che avrebbero continuato a ricevere incarichi pubblici nonostante le evidenti irregolarità nei servizi di manutenzione.
L’inchiesta era esplosa tre mesi fa, scuotendo gli ambienti amministrativi del Campidoglio. Il sostituto procuratore Carlo Villani aveva inizialmente richiesto l’applicazione di misure cautelari nei confronti degli indagati, spaziando dalla custodia in carcere ai domiciliari. Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari Roberto Ranazzi ha optato per un percorso di interrogatori preventivi, programmati solo nelle ultime settimane.
Le stesse aziende implicate in questa vicenda risultano coinvolte anche in un’altra inchiesta parallela, relativa alla manutenzione inesistente di scale mobili nella metropolitana romana, a conferma di un sistema che travalica i confini di un singolo appalto e mette in discussione l’intero meccanismo di controllo delle infrastrutture pubbliche.
Ora la palla passa al giudice, che dovrà valutare la richiesta di patteggiamento e decidere se accogliere la proposta delle difese o disporre il rinvio a giudizio per uno o più indagati. Resta alta l’attenzione da parte degli inquirenti, che continuano a scandagliare la rete di appalti e subappalti relativi alla manutenzione degli edifici pubblici della Capitale.