Una condizione comune, in un Paese che invecchia: è l’artrosi del ginocchio, o gonartrosi, tra le cause più frequenti di dolore e limitazione motoria. Il ginocchio, in pratica, è una delle articolazioni che più spesso porta le persone a rivolgersi al medico. «L’artrosi del ginocchio è una patologia molto comune: è, di fatto, la perdita di cartilagine», spiega Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano, in provincia dell’Aquila. «Il paziente arriva per il dolore e spesso racconta una situazione tipica: il ginocchio fa male anche a riposo, poi quando “si scalda” l’articolazione va un po’ meglio. È il dolore infiammatorio della gonartrosi».
Uno degli aspetti da chiarire subito è che l’artrosi non ha un’unica faccia e non tutti i dolori al ginocchio significano la stessa cosa. Ci sono segnali che ricorrono spesso: dolore notturno o a riposo, rigidità, la sensazione di articolazione “arrugginita” che migliora con i movimenti iniziali.
«In un certo senso non si può neanche considerare sempre una patologia: dopo i 20 anni, piano piano, un po’ ce l’abbiamo tutti, perché significa perdere progressivamente lo strato cartilagineo delle articolazioni», osserva Fini. La differenza, nella pratica, è quando l’usura diventa sintomatica, limita la vita quotidiana e innesca un circolo di infiammazione e riduzione dell’attività.
I fattori predisponenti
Nella storia clinica, spiega lo specialista, contano sia elementi “intrinseci” sia abitudini consolidate. «La familiarità è uno dei punti da considerare: se è scritto nel DNA, cioè se è un’artrosi familiare, è più probabile che compaia. Poi c’è lo stile di vita, inclusa la pratica sportiva protratta per anni: sport da contatto o usuranti, come calcio, tennis e rugby, possono presentare il conto con il tempo. Molto spesso, intorno ai 40–50 anni, chi ha praticato questi sport inizia ad avere problemi, più o meno seri, di danno articolare. E poi c’è il peso: il sovraccarico aumenta la sollecitazione sulle articolazioni da carico e rende più difficile ottenere un miglioramento stabile».
Le terapie conservativePrima di parlare di chirurgia, l’obiettivo è conservativo: ridurre dolore e infiammazione, migliorare la funzione e, quando possibile, rallentare la progressione. «Oggi le opzioni non chirurgiche sono numerose e vanno scelte in base al quadro clinico, all’età e a obiettivi realistici: dalle infiltrazioni con acido ialuronico fino alle infiltrazioni con fattori di crescita», illustra Fini.
«Tra le terapie infiltrative ci sono anche i fattori di crescita. Il PRP, per esempio, prevede un prelievo di sangue: si centrifuga e si utilizza la parte più ricca di piastrine, il gel piastrinico. Poi si inietta nell’articolazione per stimolare i processi naturali di riparazione e, in alcuni pazienti, ridurre l’infiammazione. Un’altra opzione è l’acido ialuronico, un supporto al liquido sinoviale, che con il passare degli anni tende a ridursi. Nei casi in cui la situazione lo permette, si possono programmare cicli periodici e ottenere un buon benessere».
Infine, accanto alle infiltrazioni, possono essere indicati anche i condroprotettori: «Non sono farmaci, ma integratori per la cartilagine: si assumono a livello sistemico e si ripetono in cicli, una o due volte l’anno, a seconda della condizione del paziente».
La ginnastica funzionaleFini insiste su un punto spesso sottovalutato: la muscolatura.
«La ginnastica funzionale è parte integrante della gestione: più i muscoli della coscia, in particolare il quadricipite, lavorano bene, minore è lo stress percepito dal ginocchio nelle attività di carico».
Un fisioterapista o un trainer competente aiutano a impostare un programma graduale e sostenibile. «Io posso togliere il dolore con una terapia infiltrativa o farmacologica, ma se non si fa un lavoro personale, la risposta non torna», sottolinea Fini, richiamando l’importanza di una presa in carico complessiva che includa anche la gestione del peso e, quando serve, il supporto di un nutrizionista.