Gabriele Bianchi pubblica un libro scritto in carcere: “Non sono un assassino”

Nel volume l’imputato condannato per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte racconta la sua versione dei fatti e si definisce vittima di un processo mediatico

Bianchi

Gabriele Bianchi, uno dei due fratelli condannati per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, ha pubblicato un libro scritto durante la detenzione nel carcere di Rebibbia. Il testo, intitolato “La verità che nessuno vuole accettare”, è stato redatto nella cella dove Bianchi sta scontando la pena di 28 anni per il pestaggio mortale del giovane avvenuto a Colleferro nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020.

Sono vittima di un processo mediatico, con un esito già scritto”, scrive l’autore, sostenendo che bastino pochi secondi per cambiare il corso di una vita. Aggiunge che “un innocente può finire all’inferno senza aver peccato”.

Le condanne decise dalla Corte d’Appello di Roma

Il 14 marzo 2024, la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha stabilito le pene definitive nel secondo giudizio d’appello, disposto dalla Cassazione dopo l’annullamento delle precedenti riduzioni. La Corte ha inflitto l’ergastolo a Marco Bianchi, fratello di Gabriele, e 28 anni a Gabriele, aumentando la pena rispetto ai 24 anni precedentemente assegnati.

Il nuovo processo ha tenuto conto di un diverso bilanciamento tra aggravanti e attenuanti e del riconoscimento del dolo eventuale. Per lo stesso reato, sono stati condannati anche Francesco Belleggia a 23 anni e Mario Pincarelli a 21 anni, in quanto ritenuti complici.

Dichiarazioni e comportamento in carcere

Nel libro, Bianchi ribadisce quanto già affermato in aula: “Non ho ucciso nessuno”. Aggiunge di essere stato condannato dall’opinione pubblica prima ancora che la giustizia facesse il suo corso. “Sono un innocente che urla la verità da quasi cinque anni”, scrive nella prefazione del volume, lungo circa settanta pagine.

La condotta di Gabriele in carcere è stata al centro di segnalazioni. Un anno fa, nel reparto G12 di Rebibbia, avrebbe pronunciato frasi come: “Io sono il re, voi gli schiavi, si fa quello che dico io”, rivolgendosi agli altri detenuti. Anche il fratello Marco, detenuto a Pescara dal 2023, è stato coinvolto in un’inchiesta che lo colloca tra 14 detenuti sospettati di usare cellulari all’interno dell’istituto per comunicazioni esterne.

Il racconto personale tra dolore e speranza

Nelle ultime pagine, Bianchi si sofferma sugli anni trascorsi in carcere e sul cambiamento personale affrontato. “Ho visto sgretolarsi le certezze, affetti dissolti, sogni frantumati”, scrive, ricordando momenti di sconforto e solitudine.

Non mancano però note più intime e riflessive, legate al figlio: “Nei suoi occhi ho visto la mia voglia di riscatto”. Il testo si conclude con un appello alla speranza: “Anche le storie più buie meritano una luce in fondo al tunnel”. L’autore afferma di pregare ogni giorno per un possibile riscatto.

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