Un uomo di 30 anni, di origini brasiliane, è stato condannato a 10 mesi di reclusione il 9 ottobre dal tribunale di Roma per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, contestati dalla procura della Capitale. I fatti ricostruiti dagli atti risalgono al 4 luglio 2019, durante un intervento notturno nel quartiere San Paolo.
La vicenda ha visto coinvolti sia i soccorritori del 118 sia più pattuglie dei carabinieri intervenute sul posto: l’imputato, trovato in stato di forte alterazione, ha reagito con violenza alle procedure di contenimento messe in atto dagli operatori.
L’intervento notturno
In aula ha testimoniato un’operatrice sanitaria del 118, che ha descritto l’arrivo della squadra sul luogo della chiamata: “Hanno chiamato durante il turno di notte per una persona che correva completamente nuda e in stato di abuso alcolico al Parco Schuster, a San Paolo – racconta in aula la testimone, un’operatrice sanitaria del 118 – Appena arrivati c’erano tantissimi carabinieri che cercavano di tenerlo fermo. Poi sembrava si fosse calmato e lo abbiamo messo sulla barella. Ma un attimo dopo mi ha sferrato due pugni in faccia, rompendomi anche gli occhiali”.
La testimone ha inoltre confermato la difficoltà delle operazioni di immobilizzazione, raccontando come l’uomo sia passato rapidamente da un apparente stato di calma a un’esplosione di violenza fisica.
La violenza e le minacce
Oltre all’aggressione alla soccorritrice, l’imputato si è reso protagonista di spinte e minacce nei confronti dei carabinieri presenti. Indicando la pistola, ha urlato: “Prendo la pistola, ammazzo te e poi mi ammazzo io”.
Le minacce non si sono fermate una volta ammanettato: secondo gli atti il fermato avrebbe continuato con frasi rivolte agli agenti, dichiarando “Ammazzo te e i tuoi parenti, ammazzo tua madre”, mentre si divincolava con forza, causando la ferita alla spalla di uno dei militari intervenuti.
La sentenza
Il giudice ha quindi ritenuto provati i reati contestati dalla procura di Roma, comminando una pena di 10 mesi. I capi d’imputazione principali erano resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, in relazione alle condotte violente poste in essere durante l’intervento di soccorso.
La vicenda resta un monito sull’importanza delle procedure di intervento e sulla vulnerabilità degli operatori sanitari e delle forze dell’ordine chiamati a gestire situazioni di emergenza in contesti complessi.