Abuso dei permessi 104 e finta malattia: quando rivolgersi a un investigatore privato può aiutare davvero l’azienda

Piccole e medie imprese e attività commerciali fanno più fatica a reggere l’assenza sospetta di un dipendente. Nei casi di abuso dei permessi 104 o di finta malattia, il problema non è soltanto il danno organizzativo, ma la necessità di verificare i fatti con elementi corretti, senza improvvisazioni

Rosati

Per una piccola azienda basta spesso l’assenza di una sola persona per creare un problema concreto a tutta l’organizzazione: succede nei negozi, nelle attività artigiane, nei servizi, nei centri estetici, nei parrucchieri e più in generale in tutte quelle realtà in cui, se manca qualcuno, il lavoro degli altri si complica subito e anche il rapporto con i clienti può risentirne. Ma può accadere anche in strutture più grandi. Se poi l’assenza riguarda un uso improprio dei permessi 104 o una malattia che non corrisponde alla realtà, il danno può allargarsi rapidamente.

«Nelle piccole e medie imprese il problema si sente di più, perché quando manca una persona non è facile riorganizzare tutto come se niente fosse», spiega Giordano Rosati, Titolare del Gruppo SAROS investigazioni con sedi a Milano e Roma. «Se viene meno una figura di riferimento, il lavoro si scarica sugli altri, il servizio rallenta e in alcuni casi si rischia anche di perdere i clienti più fidelizzati, quelli che hanno costruito un rapporto diretto con quella persona. È una situazione che si vede bene nei negozi, nei parrucchieri, nei centri estetici e in tutte quelle attività dove il cliente non si lega solo all’insegna, ma anche alla persona che lo segue».

Secondo Rosati, le situazioni più frequenti riguardano proprio i permessi 104 e la finta malattia: «Molte aziende all’inizio magari non danno troppo peso a certi segnali, poi però, poco alla volta, capiscono che qualcosa non torna. Cominciano a notare ritardi ripetuti, scarso coinvolgimento, atteggiamenti strani con i colleghi oppure assenze che fanno nascere dubbi rispetto a quello che il dipendente racconta di sé, della propria vita e di ciò che fa fuori dal lavoro. In alcuni casi si aggiunge anche un altro sospetto, cioè che la persona, oltre ad assentarsi, stia portando avanti un secondo lavoro altrove. E per il datore di lavoro questo è un doppio danno».

È qui che entra in gioco il ruolo dell’investigatore privato.

«Il suo compito è verificare concretamente come stanno le cose – osserva Rosati -. Si tratta di osservare, seguire con discrezione i movimenti della persona, ricostruire spostamenti e abitudini, capire se frequenta altri luoghi di lavoro, se svolge attività incompatibili con l’assenza oppure se utilizza quel tempo per scopi diversi. Alla fine viene preparata una relazione chiara, che aiuta il datore di lavoro a ragionare su fatti reali e non su semplici impressioni».

Il fai da te è una tentazione umanissima, ma resta la strada più sconsigliata: «Quando nasce un sospetto, il primo pensiero è spesso quello di poter controllare da soli, seguendo la persona, passando “per caso” sotto casa sua o nei luoghi che si sa che frequenta. Ma è proprio così che, molte volte, si finisce per complicare tutto. Un conto è accorgersi che qualcosa non torna, un conto è raccogliere elementi nel modo corretto, se ci si muove male si rischia di rendere vano l’accertamento e di compromettere l’intero percorso investigativo», conclude Rosati.

Prima di reagire d’impulso, quindi, conviene fermarsi e capire se ci siano davvero segnali che meritano un approfondimento, per poi affidarsi a persone competenti, professionisti seri e certificati. Se il sospetto è fondato, bisogna poterlo dimostrare con elementi solidi; se non lo è, è altrettanto importante evitare passi falsi. Per un’azienda, quindi, la differenza sta tutta qui: non muoversi sulla base di impressioni o nervosismo, ma affrontare il problema con lucidità, un metodo e fatti alla mano.

 

 

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