Lazio, ex Irriducibili assolti: la Procura ricorre in Cassazione sul caso

Dopo il verdetto dello scorso maggio, i magistrati contestano le motivazioni dei giudici e chiedono un nuovo processo d'appello

Il caso degli ex Irriducibili della Lazio non è ancora chiuso. Dopo l’assoluzione arrivata lo scorso maggio, la Procura generale di Roma ha presentato ricorso in Cassazione, chiedendo di annullare la sentenza che aveva scagionato gli imputati dall’accusa di tentata estorsione. Al centro della vicenda, che affonda le radici in oltre vent’anni di storia biancoceleste, le contestazioni rivolte al presidente Claudio Lotito e il ruolo che il gruppo ultras avrebbe avuto nelle pressioni esercitate nei suoi confronti.

La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Roma aveva assolto gli imputati con la formula “perché il fatto non sussiste”, ribaltando le condanne pronunciate in primo grado nel gennaio 2015, comprese tra quattro anni e due mesi e due anni e due mesi di reclusione. Tra gli accusati figurava anche Fabrizio Piscitelli, conosciuto come Diabolik, ucciso il 7 agosto 2019 con un colpo di pistola alla testa nel parco degli Acquedotti.

Per la Procura generale, che aveva chiesto la conferma delle condanne, i giudici d’appello non avrebbero spiegato adeguatamente le ragioni del ribaltamento. La sentenza, si legge nel ricorso, “non ha dato conto in modo esauriente dei motivi per i quali ha ritenuto di sovvertire la sentenza di condanna emessa in primo grado, omettendo di confutare tutte le ragioni che sorreggevano l’iniziale valutazione del Tribunale e fornendo una motivazione apparente ed incongrua, non confacente ai principi della logica giuridica e agli indirizzi espressi più volte dalla giurisprudenza di legittimità in tema di prova indiziaria”.

Le contestazioni alla sentenza

Uno dei punti principali del ricorso riguarda la valutazione delle proteste degli Irriducibili contro la società. Secondo la Procura generale, la Corte d’Appello avrebbe riconosciuto le ragioni economiche alla base della contestazione senza però approfondire adeguatamente la possibile natura intimidatoria delle iniziative.

“La Corte afferma che l’azione di contestazione degli Irriducibili era stata determinata, soprattutto, da ragioni economiche connesse alla perdita dei privilegi derivanti dalla precedente gestione societaria e che, sotto tale profilo, l’impianto probatorio risultava sostenuto da ‘prove decisive e inscalfibili’. Tali premesse non sono state tuttavia coerentemente sviluppate nella valutazione della minaccia integrante il reato di tentata estorsione”, sostengono i magistrati.

Nel documento vengono richiamate anche le testimonianze del dirigente della Digos e gli elementi raccolti durante il primo processo. Secondo l’accusa, gli Irriducibili disponevano di una struttura organizzata, con un direttivo capace di influenzare la tifoseria attraverso diversi strumenti di comunicazione, tra cui la radio La Voce della Nord, le pubblicazioni distribuite in curva, gli striscioni e i cori allo stadio.

La Procura richiama inoltre le intercettazioni che, secondo la ricostruzione accusatoria, documentavano il coinvolgimento del direttivo nella scelta e nella diffusione dei contenuti delle proteste. Elementi che i giudici d’appello, a parere dei magistrati, non avrebbero valutato in maniera sufficientemente approfondita.

“La sentenza impugnata si limita invece”, sottolinea la Procura generale, “a una descrizione meramente anagrafica del gruppo e non individua il ruolo assunto dai singoli imputati nel direttivo, né spiega perché le specifiche acquisizioni probatorie sopra indicate siano prive di rilievo ai fini della valutazione della loro forza intimidatoria”.

Un’omissione che, sempre secondo il ricorso, “non riguarda un elemento accessorio. La capacità intimidatoria del soggetto collettivo costituisce il contesto nel quale gli episodi contestati dovevano essere valutati. La Corte ha quindi esaminato singole condotte senza confrontarsi con il dato probatorio che ne definiva il significato complessivo e la concreta idoneità a esercitare pressione sulla persona offesa”.

Le parole di Lotito e la richiesta alla Cassazione

Un altro passaggio riguarda il confine tra il diritto dei tifosi a contestare la dirigenza e le condotte che, secondo l’accusa, avrebbero potuto assumere un carattere intimidatorio. Per la Procura generale, i giudici avrebbero considerato striscioni e cori come legittime manifestazioni di dissenso senza esaminarli nel contesto complessivo delle contestazioni.

Nel ricorso vengono così riprese le dichiarazioni rese da Claudio Lotito, che aveva descritto il clima vissuto durante quel periodo. Il presidente biancoceleste aveva raccontato che lo stadio era diventato “un inferno”, riferendo di cori rivolti anche alla moglie, striscioni diffusi attraverso le riprese televisive e della divulgazione, tramite La Voce della Nord, del proprio numero di cellulare e della targa dell’automobile.

Lotito aveva inoltre collocato il momento più acceso delle contestazioni durante la trattativa per un possibile acquisto della Lazio da parte del gruppo rappresentato da Giorgio Chinaglia. Aveva spiegato di recarsi allo stadio accompagnato da dodici addetti alla sicurezza e di aver interpretato cori, striscioni, lettere minatorie e attacchi radiofonici come parte di una pressione finalizzata a costringerlo a cedere la società.

Per la Procura generale, tutti questi elementi avrebbero dovuto essere esaminati nel loro insieme per stabilire se le condotte contestate potessero integrare il reato di tentata estorsione. La richiesta alla Corte di Cassazione è quindi di annullare l’assoluzione “con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Roma per nuova pronuncia”.

Spetterà ora ai giudici della Suprema Corte decidere se confermare il verdetto dello scorso maggio oppure disporre un nuovo giudizio d’appello.

Redazione

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