La Roma è ancora casa sua. E Francesco Totti non esclude di tornarci, ma stavolta vuole contare davvero. Nessun ruolo di rappresentanza, nessuna poltrona senza poteri: l’ex capitano giallorosso, intervistato dal Corriere della Sera, apre a un possibile nuovo incarico nel club, a patto di essere coinvolto concretamente nel progetto sportivo. Nel lungo colloquio c’è spazio anche per Gasperini, Spalletti e alcuni dei momenti più delicati della sua vita, dentro e fuori dal campo.
“La Roma è stata, è e sarà sempre tutto per me. È la mia seconda pelle, forse persino la prima. (…) Tornare alla Roma? Mai dire mai. Ai tempi di Pallotta io ho lasciato tre anni e mezzo di contratto perché non volevo fare la bella statuina. Mi sembrava naturale che uno come me fosse coinvolto nell’area tecnica. (…) Quando ero nella Roma come dirigente mi chiamavano solo quando c’erano problemi, per mettere pezze. Io mi sentivo parte e volevo essere nel progetto, non un uomo immagine. E anche ora questo non voglio fare. (…) Se hanno bisogno della mia conoscenza del calcio, sono qui. Comunque il centenario lo festeggerò, con la gente di Roma, con i romanisti”.
Un messaggio chiaro alla società, accompagnato da parole di grande apprezzamento per Gian Piero Gasperini, capace secondo Totti di conquistare rapidamente l’ambiente romanista: “Di lui ho un’opinione bellissima, è riuscito a far innamorare il popolo giallorosso, a costruire un gruppo unito, solido, che ha voglia di dimostrare e voglia di vincere. Quando al timone c’è un personaggio simile, tutto è possibile”.
Il rapporto con Spalletti
L’ex numero 10 torna anche sul legame con Luciano Spalletti, recentemente ritrovato davanti alle telecamere per uno spot pubblicitario. Un rapporto che, prima della rottura nell’ultima stagione insieme, era andato ben oltre il terreno di gioco.
“Abbiamo solo fatto uno spot insieme. Ci siamo divertiti. Io e lui avevamo un rapporto bellissimo, che andava oltre il calcio. Nell’ultimo anno ci sono stati problemi, attriti velenosi che secondo me venivano dall’alto, dalla società. Qualcuno lo ha convinto che io abbia tramato per mandarlo via. Ma è vero il contrario. Lui mi faceva giocare anche con una gamba sola. Mi trovavo benissimo con lui. (…) Per me, credo di averlo dimostrato, veniva prima di tutto l’interesse della Roma, della squadra, dei tifosi”.
Il racconto si sposta poi sul periodo successivo al ritiro, quando la fine della carriera ha lasciato un vuoto difficile da colmare. A questo si è aggiunta la battaglia contro il Covid, affrontata dopo la morte del padre per la stessa malattia.
“Sì, c’è stato un momento in cui ho rischiato la depressione. Che è una parola pesante, che spaventa. Ma non riuscivo a ritrovare il senso delle cose. (…) Improvvisamente arrivava il vuoto. Mi sentivo solo in mezzo all’oceano. Mi sembrava che il vuoto mi soffocasse. Non ero pronto, improvvisamente mi mancava la terra sotto ai piedi. Ho rischiato di morire. Morire di Covid, come mio padre. Stavano per ricoverarmi, avevo 87 di saturazione e una broncopolmonite fortissima. Ho passato 21 giorni con la febbre a trentanove e non respiravo. Poi mi ha chiamato il professor Zangrillo che mi ha suggerito di dormire con il torace sul letto, in modo da aprire i polmoni. Ne sono uscito, ma me la sono vista brutta”.
Il gesto per la Roma e il Real Madrid
Tra i ricordi emerge anche un episodio finora rimasto lontano dai riflettori, risalente alla presidenza di Franco Sensi. In un periodo di difficoltà economiche per la famiglia proprietaria del club, Totti racconta di aver rinunciato per alcuni mesi al proprio stipendio per aiutare i dipendenti.
“Adesso posso raccontarlo. Ci fu un anno particolarmente complicato, durante il quale la famiglia Sensi attraversava un momento di grande difficoltà economica. Ero molto affezionato al presidente e a Rosella. Per diversi mesi rinunciai al mio stipendio, destinando quei soldi ai dipendenti della Roma, persone che lavoravano per il club e che, rispetto a noi calciatori, avevano certamente meno disponibilità economiche. Ho compiuto anche altri gesti del genere, senza renderli pubblici. Il legame che mi unisce alla Roma è totale, quasi simbiotico. Ho dato moltissimo a questa società, ma da lei ho ricevuto altrettanto”.
E proprio quel legame ha pesato anche sulla scelta di non trasferirsi al Real Madrid nel 2004, quando i Blancos potevano offrirgli la possibilità di giocare accanto ai più grandi campioni del mondo.
“Non posso dire di essermene pentito, anche se un pizzico di rimpianto è rimasto. Nel 2004 il Real Madrid aveva una squadra di Galacticos, e non li chiamavano così per caso: c’erano campioni come Beckham e Zidane. Lì avrei potuto conquistare qualsiasi trofeo, magari persino il Pallone d’Oro. Ma alla fine sono felice di come siano andate le cose. Anche in quella circostanza ho preso la decisione insieme al mio cuore, ed entrambi eravamo perfettamente d’accordo”.
La felicità più grande
Infine, una confessione che mette il calcio in secondo piano. Né lo scudetto conquistato con la Roma né il Mondiale vinto con l’Italia rappresentano, per Totti, il ricordo più bello della sua vita.
“Il mio momento più bello non è stato né la vittoria del Mondiale né quello dello scudetto. Il mio giorno più bello è stato quello della nascita di Cristian. Ero impegnato a giocare a Messina e, quando raggiunsi l’ospedale, mio figlio era già nato. Nel momento in cui l’ho stretto tra le braccia, ho compreso davvero il significato della parola felicità”.
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