Cinque anni e sei mesi di reclusione per Alessio Sabelli, ritenuto il fondatore e leader dell’Unione Forze Identitarie (Ufi), organizzazione di matrice neonazista finita al centro di un’inchiesta della Procura di Roma. La sentenza è stata pronunciata dalla prima Corte d’Assise, che ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato per il reato di associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico.
Condannato anche Luis Restauri a tre anni e sei mesi di carcere, mentre altri due imputati sono stati assolti. I giudici hanno inoltre disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 50mila euro a favore del Ministero dell’Interno, costituitosi parte civile nel processo.
Le frasi intercettate e il progetto eversivo
Tra gli elementi finiti agli atti dell’inchiesta c’è una frase attribuita a Sabelli durante una conversazione del 2019.
«Tutto ciò che facciamo non è legale ma quando vorremo entrare in azione ciò che faremo sarà legale perché la legge non esisterà più», avrebbe detto ai membri dell’organizzazione.
Per l’accusa, quelle parole rappresentavano una chiara manifestazione delle finalità eversive perseguite dal gruppo.
L’organizzazione e l’ideologia
Sabelli, oggi 28enne e conosciuto all’interno del gruppo con il soprannome di “Cesare”, era stato arrestato nel 2021 insieme ad altri appartenenti all’organizzazione.
Secondo gli inquirenti, l’Ufi era un’associazione paramilitare caratterizzata da una forte impronta neonazista, xenofoba e antisemita, impegnata nella diffusione di propaganda negazionista della Shoah e di contenuti che incitavano all’odio razziale ed etnico.
Obiettivi e bersagli del gruppo
Nel programma ideologico dell’organizzazione, secondo quanto contestato dalla Procura, erano previste azioni di violenza e intimidazione contro minoranze etniche, migranti, persone omosessuali e cittadini di religione ebraica.
L’accusa ha sostenuto che il gruppo utilizzasse il web e i social network per diffondere messaggi discriminatori e promuovere contenuti finalizzati all’istigazione dell’odio e della violenza per motivi razziali, religiosi ed etnici.
Una struttura gerarchica e paramilitare
Gli investigatori hanno ricostruito un’organizzazione interna estremamente strutturata, con ruoli, gradi e responsabilità ben definiti.
L’Ufi operava su due livelli distinti: uno virtuale, sviluppato soprattutto attraverso canali Telegram utilizzati per propaganda e reclutamento, e uno operativo, composto da piccole squadre incaricate di svolgere attività sul territorio.
Le unità specializzate dell’organizzazione
Secondo gli atti processuali, all’interno del gruppo esistevano anche articolazioni specializzate.
Tra queste la cosiddetta Milizia Informatica Continentale, incaricata di proteggere l’organizzazione online e di compiere azioni di hackeraggio contro ex aderenti considerati traditori. Vi era inoltre una struttura denominata Polizia Postale Politica Paneuropea, che avrebbe avuto il compito di monitorare la fedeltà degli affiliati.
Ogni città in cui erano presenti aderenti disponeva inoltre di un referente territoriale che rispondeva direttamente al leader del gruppo.
La base nella Caffarella
Le indagini avevano individuato una delle basi logistiche dell’organizzazione all’interno di un casolare situato nel Parco della Caffarella, a Roma.
Secondo gli investigatori, il luogo sarebbe stato utilizzato come punto di ritrovo e di organizzazione delle attività del gruppo.
Le chat e la propaganda online
Uno degli elementi centrali dell’inchiesta è stato il contenuto delle conversazioni recuperate dagli investigatori.
Nelle chat, secondo l’accusa, venivano condivise immagini e messaggi inneggianti al suprematismo razziale e al nazionalsocialismo, oltre a contenuti offensivi nei confronti di ebrei, omosessuali e altre categorie considerate “nemiche” dall’organizzazione.
Gli utenti avrebbero inoltre elogiato episodi di violenza avvenuti all’estero e discusso possibili azioni da compiere contro soggetti ritenuti “inferiori” o “diversi”.
Il manifesto ideologico e l’addestramento
Tra i documenti sequestrati figura anche uno scritto intitolato “Vento Bloccato – Una chiamata alle armi”, considerato dagli inquirenti una sorta di manifesto ideologico dell’organizzazione.
Secondo l’accusa, i membri del gruppo disponevano inoltre di coltelli, passamontagna e materiale relativo alla costruzione artigianale di armi, oltre a documentazione destinata all’addestramento e alla preparazione di possibili azioni violente.
Gli altri procedimenti
Nell’ambito della stessa inchiesta, altri quattro imputati avevano già definito la propria posizione attraverso patteggiamenti con pene comprese tra un anno e dieci mesi e due anni di reclusione.
Per un’altra indagata era invece arrivato il proscioglimento. Con la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise si chiude ora uno dei principali filoni giudiziari legati all’organizzazione estremista scoperta dagli investigatori nella Capitale.
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