Tre persone sono state arrestate con l’accusa di aver introdotto droga all’interno del carcere romano di Rebibbia. Tra gli indagati figura anche un’avvocata iscritta al Foro di Roma, per la quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. Gli altri due soggetti coinvolti sono stati invece condotti in carcere.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il gruppo avrebbe messo in piedi un’attività strutturata per far arrivare sostanze stupefacenti all’interno della casa circondariale di via Raffaele Majetti. L’ipotesi accusatoria è quella di un sistema organizzato e continuativo, nel quale il ruolo della professionista sarebbe stato utilizzato per superare i controlli legati agli ingressi in istituto.
L’ordinanza cautelare è stata eseguita dal nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, che ha condotto le indagini sul presunto traffico di droga all’interno del penitenziario romano.
Il presunto ruolo dell’avvocata nei colloqui con i detenuti
Dalle prime informazioni raccolte, le tre persone arrestate sarebbero accusate, in concorso tra loro, di aver trasportato, detenuto e introdotto quantitativi rilevanti di sostanze stupefacenti all’interno del carcere.
La ricostruzione investigativa sostiene che la legale avrebbe avuto un ruolo centrale nell’operazione. Secondo l’accusa, durante gli incontri con i propri assistiti avrebbe fatto arrivare la droga a un detenuto indicato come mandante e organizzatore dell’attività illecita.
Gli inquirenti ritengono che la donna avrebbe sfruttato la propria posizione professionale e la possibilità di accedere ai colloqui con i detenuti per agevolare il passaggio delle sostanze. In cambio, sempre secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe ricevuto un compenso economico.
Le accuse dovranno essere valutate nelle successive fasi del procedimento giudiziario e gli indagati avranno la possibilità di difendersi dalle contestazioni.
Un’organizzazione studiata per superare i controlli
L’inchiesta avrebbe permesso di individuare un meccanismo ritenuto stabile dagli investigatori. Non si tratterebbe, secondo gli elementi raccolti, di un singolo episodio isolato, ma di una modalità operativa ripetuta nel tempo.
Il gruppo avrebbe sfruttato diversi passaggi logistici per consentire l’ingresso della droga nella struttura penitenziaria, facendo affidamento anche sul ruolo della professionista coinvolta.
L’introduzione di sostanze stupefacenti nelle carceri rappresenta da tempo uno dei fenomeni monitorati dalle autorità penitenziarie, proprio per le difficoltà legate ai controlli e alla necessità di garantire la sicurezza degli istituti.
Le indagini hanno portato alla ricostruzione dei presunti contatti tra le persone coinvolte e delle modalità con cui la droga sarebbe stata consegnata all’interno del carcere.
L’intervento della polizia penitenziaria
A eseguire le misure cautelari è stato il nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria, struttura specializzata nelle attività investigative all’interno degli istituti di pena.
Gli accertamenti hanno consentito di raccogliere elementi ritenuti utili dagli investigatori per delineare il presunto sistema di approvvigionamento della droga destinata ai detenuti.
L’operazione conferma l’attenzione delle autorità verso i tentativi di introdurre sostanze illegali negli istituti penitenziari e verso eventuali complicità esterne che possano favorire questi traffici.
Ora saranno gli sviluppi giudiziari a chiarire il livello di responsabilità dei tre arrestati e il reale funzionamento del meccanismo contestato dagli inquirenti.
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