Roma, prestito tra colleghi finisce in estorsione: condanna a 3 anni e 4 mesi

Dai finanziamenti per difficoltà economiche alle minacce e all’arresto in flagranza: la vicenda tra due rivenditori WindTre si conclude in tribunale

Soldi

Quella che doveva essere una semplice stretta di mano tra colleghi per un prestito di qualche migliaio di euro si è trasformata in una vicenda giudiziaria conclusa con un arresto in flagranza e una condanna per estorsione. A Roma, un uomo di 54 anni è stato condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi di reclusione dopo aver trasformato un rapporto lavorativo in una lunga sequenza di pressioni e minacce.

Il prestito tra colleghi e l’accordo iniziale

I protagonisti della vicenda sono due rivenditori WindTre della Capitale, che si conoscevano per motivi professionali e avevano instaurato nel tempo un rapporto fatto di confidenze e piccoli favori. Nel febbraio 2025, uno dei due, un 39enne romano, si trova in un momento di difficoltà economica e chiede un aiuto finanziario al collega.

L’accordo iniziale prevede un prestito di poco meno di 20mila euro, versati sul conto della società del trentanovenne, con la promessa di restituzione. In cambio vengono consegnati due assegni di garanzia da 2.500 euro ciascuno.

La restituzione e le prime tensioni

Nei mesi successivi il debito viene progressivamente rientrato attraverso diverse rate, comprese tra i duemila e i quattromila euro. A queste si aggiungono anche tre versamenti da mille euro effettuati tramite la piattaforma Revolut.

Nonostante il rientro delle somme, la situazione cambia radicalmente: il creditore inizia a pretendere interessi non concordati in origine, trasformando di fatto il prestito in un rapporto sempre più conflittuale. Le richieste diventano insistenti, con continue sollecitazioni a “saldare il conto”.

Dalle pressioni alle minacce

Secondo quanto ricostruito, la situazione degenera rapidamente. Le richieste si fanno sempre più frequenti, fino a diventare vere e proprie forme di vessazione quotidiana. L’uomo avrebbe contattato la vittima anche di notte e avrebbe coinvolto la famiglia, aumentando la pressione psicologica.

In un episodio, il 54enne avrebbe costretto il collega a recarsi con lui a un bancomat per prelevare 2.000 euro. In un altro caso avrebbe tentato di incassare alcuni assegni di garanzia, alterandone l’importo da 2.500 a 12.500 euro, operazione poi bloccata dalla banca.

Le minacce si estendono anche ai familiari: telefonate alla moglie e presenze nei pressi della scuola dei figli della vittima, che a quel punto decide di trasferirli per motivi di sicurezza.

L’intervento dei Carabinieri e l’arresto in flagranza

La situazione precipita quando l’uomo si presenta anche sotto casa della vittima per chiedere ulteriori 4mila euro, dileguandosi alla vista di una pattuglia dei Carabinieri. Poco dopo, secondo quanto ricostruito, avrebbe continuato a inviare minacce tramite messaggi.

Il punto di svolta arriva quando l’estorsore si reca presso un’edicola riconducibile alla vittima, dove avrebbe manomesso l’impianto elettrico e applicato un lucchetto per impedirne l’apertura. A quel punto la vittima si rivolge ai Carabinieri.

Il 19 novembre 2025 viene organizzato un incontro controllato: la consegna di una busta con denaro avviene nel negozio della vittima, mentre all’esterno sono presenti gli agenti in borghese. L’uomo viene fermato in flagranza di reato subito dopo aver preso la busta.

Il processo e la condanna

Durante il processo, la difesa ha tentato di mettere in dubbio la ricostruzione dei fatti, sollevando anche presunti conflitti legati ai rapporti familiari della vittima con l’Arma dei Carabinieri. Tuttavia, tali argomentazioni non sono state accolte dal giudice.

Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato, condannandolo a tre anni e quattro mesi di reclusione per estorsione, confermando l’impianto accusatorio costruito durante le indagini.

Redazione

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