Walter Salustri: il resurfacing in ceramica apre una nuova fase nella chirurgia dell’anca

Il rivestimento articolare di ultima generazione permette di conservare testa e collo del femore, superando i limiti degli impianti metallo-metallo e offrendo una nuova possibilità ai pazienti giovani e attivi con una buona qualità ossea.

Fivi Medical-Dr Walter Salustri

La chirurgia protesica dell’anca non riguarda più soltanto persone anziane con un’articolazione ormai gravemente compromessa, perché oggi arrivano all’intervento anche pazienti tra i trenta e i quarant’anni, spesso sportivi o comunque molto attivi, che convivono con dolore e limitazioni ma desiderano continuare a muoversi senza rinunciare alla propria vita. Per loro la protesi totale tradizionale, che comporta la rimozione della testa e del collo del femore, può apparire una scelta particolarmente radicale, ed è proprio in questo scenario che assume rilievo il resurfacing, un intervento di rivestimento dell’articolazione ora disponibile anche in ceramica.

Il dottor Walter Salustri, chirurgo ortopedico che da oltre dodici anni si occupa di chirurgia protesica dell’anca, segue con particolare attenzione questa evoluzione e approfondirà la nuova tecnica attraverso un percorso di formazione tra Bruxelles e la Cleveland Clinic di Londra, struttura nella quale è stato introdotto per la prima volta il rivestimento in ceramica H1.

«Nel resurfacing non vengono tagliati né il collo né la testa del femore, perché si elimina soltanto la cartilagine usurata e si rivestono le superfici articolari», spiega Salustri, ricorrendo a un paragone semplice: «È simile a ciò che avviene quando si applica una capsula su un dente, perché si conserva la struttura sottostante anziché sostituirla completamente».

Dai limiti del metallo alla nuova soluzione in ceramica

La protesi di rivestimento esiste da tempo, ma fino a pochi anni fa poteva essere realizzata esclusivamente attraverso l’accoppiamento di due superfici metalliche. «Il problema del metallo-metallo è la possibilità che vengano rilasciati nel sangue ioni di cromo e cobalto, un fenomeno che in alcuni pazienti è stato associato anche a complicazioni rilevanti ed è il motivo per cui non avevo mai voluto proporre questa soluzione», osserva il chirurgo.

La novità dell’impianto H1 di Zimmer Biomet consiste nell’utilizzo della ceramica BIOLOX delta, applicata attraverso una fissazione non cementata che consente al rivestimento di integrarsi direttamente con l’osso, eliminando la superficie di scorrimento metallica. «Con la ceramica viene superato il limite che mi aveva sempre reso contrario al resurfacing tradizionale», precisa Salustri.

Le osservazioni cliniche raccolte sui nuovi impianti indicano un tasso di revisione contenuto e un buon ritorno all’attività fisica, aprendo così nuove possibilità per persone giovani e attive che presentano una buona qualità ossea e che, con le precedenti soluzioni metallo-metallo, potevano non essere considerate candidate adeguate.

La selezione del paziente resta decisiva

Il resurfacing in ceramica non sostituisce però indistintamente la protesi tradizionale, perché richiede condizioni anatomiche e cliniche precise. «Non è una soluzione adatta a tutti, ma deve essere riservata a pazienti giovani con un osso sufficientemente solido», chiarisce Salustri, indicando come riferimenti generali un’età non superiore ai sessant’anni per le donne e ai sessantacinque per gli uomini.

L’intervento non è inoltre indicato in presenza di una necrosi della testa del femore o di un’artrosi troppo avanzata, perché in queste situazioni potrebbe mancare la base ossea necessaria a sostenere il rivestimento. Il candidato più adatto è quindi spesso una persona attiva nella quale il conflitto tra femore e acetabolo, cioè la cavità che accoglie la testa femorale, ha già iniziato a provocare dolore e limitazioni senza aver ancora compromesso in modo irreversibile l’articolazione.

Accesso anteriore e conservazione dell’anatomia

Un ulteriore elemento distintivo riguarda la via chirurgica utilizzata, perché in Italia il resurfacing viene eseguito da un numero ancora limitato di specialisti e, nella maggior parte dei casi, attraverso l’accesso posteriore.

«Chi pratica questo intervento passa quasi sempre da dietro, utilizzando una tecnica che comporta il taglio dei muscoli, mentre io lo eseguo per via anteriore, raggiungendo l’articolazione senza sezionare muscoli e tendini», spiega Salustri.

L’unione tra il rivestimento, che conserva la testa e il collo del femore, e l’accesso anteriore, che rispetta le strutture muscolari e tendinee, permette di mantenere il più possibile l’anatomia originaria del paziente e di ridurre l’impatto dell’operazione. «Molte persone tornano a svolgere tutte le proprie attività e, non avendo subito il taglio dei muscoli né una modifica sostanziale dell’anatomia, arrivano quasi a non percepire il peso dell’intervento», osserva il chirurgo.

Resta tuttavia fondamentale evitare che la novità tecnica venga considerata una soluzione universale, perché il valore del resurfacing dipende proprio dalla corretta selezione del paziente. «L’obiettivo non è proporlo a tutti, ma individuare le persone per le quali può rappresentare realmente la scelta più adatta», conclude Salustri, «perché quando età, qualità dell’osso e condizioni dell’articolazione lo consentono, è possibile conservare l’anatomia e accompagnare il paziente verso il ritorno a una vita pienamente attiva».

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