Walter Salustri: protesi d’anca e ritorno allo sport, le tappe per riprendere l’attività

Dall’accesso anteriore mini-invasivo alla riabilitazione, il chirurgo ortopedico spiega quando si può tornare a nuotare, pedalare e praticare sport da contatto e quali errori evitare nelle prime settimane.

Fivi Medical

Una protesi d’anca non significa necessariamente rinunciare allo sport, perché oggi molti pazienti arrivano all’intervento proprio dopo essere stati costretti a interrompere l’attività a causa del dolore e della progressiva limitazione dei movimenti, mentre l’evoluzione delle tecniche chirurgiche consente di impostare un percorso orientato al recupero della piena funzionalità e al ritorno, con tempi e accortezze precise, alle abitudini precedenti.

Il dottor Walter Salustri, chirurgo ortopedico che opera a Milano e Roma utilizzando l’accesso anteriore mini-invasivo, incontra spesso persone attive e sportive nelle quali il problema nasce da un conflitto femoro-acetabolare, cioè da un contatto anomalo tra la testa del femore e la cavità dell’anca. «Può essere di tipo cam, quando la sporgenza si trova sul femore, di tipo pincer, quando riguarda il versante della cavità, oppure misto», spiega Salustri, sottolineando come negli sportivi questo attrito possa iniziare a manifestarsi anche in età relativamente giovane.

Il segnale riferito più frequentemente è la sensazione di avere il passo più corto, perché il dolore all’inguine impedisce di aprire completamente la falcata e porta la persona a modificare progressivamente il proprio modo di camminare. «Quando il paziente allarga la gamba avverte una fitta, quindi comincia a muoversi male, può comparire anche il mal di schiena e alla fine l’attività sportiva, agonistica o amatoriale, viene interrotta», osserva il chirurgo.

Dal giorno dell’intervento al ritorno allo sport

Con l’accesso anteriore il recupero segue oggi passaggi definiti e molto più rapidi rispetto al passato: il paziente si alza il giorno stesso dell’operazione, viene generalmente dimesso dopo due giorni ed entro i primi dieci può tornare a guidare, mentre nelle settimane successive recupera progressivamente la propria autonomia.

Anche la ripresa dell’attività fisica procede per tappe, con il nuoto che può essere reintrodotto intorno alle quattro settimane, la bicicletta dopo circa quaranta giorni, la camminata veloce a un mese e mezzo e gli sport da contatto, come basket, pallavolo e tennis, dopo circa tre mesi. Il ritorno al lavoro dipende invece dall’impegno richiesto: per chi svolge un’attività d’ufficio possono bastare poche settimane, mentre nei lavori fisicamente più pesanti, come quelli in cantiere, occorrono generalmente quarantacinque o cinquanta giorni.

Nelle prime settimane allungamento, non isometria

Una fase decisiva riguarda la riabilitazione, perché il tipo di accesso utilizzato richiede indicazioni differenti rispetto a quelle previste dagli approcci tradizionali. «Le vecchie scuole prescrivono da subito il rinforzo del retto femorale e dell’ileopsoas, ma con l’accesso anteriore si passa proprio davanti a quei muscoli e, se nei primi cinquanta giorni vengono infiammati, si rischiano tendinopatie», chiarisce Salustri, secondo il quale nelle prime settimane è quindi necessario concentrarsi sull’allungamento e non sul lavoro isometrico.

Questo non significa limitare la mobilità, che viene invece recuperata fin dal giorno stesso dell’intervento, quando il paziente può già accavallare la gamba; attività più strutturate come il Pilates possono poi essere introdotte intorno alla sesta settimana, quando il lavoro sul movimento può proseguire senza sovraccaricare l’articolazione.

L’obiettivo, soprattutto per chi praticava sport prima dell’operazione, non è ottenere una ripresa parziale ma tornare alla propria vita. «Queste persone tornano a fare tutto», conclude Salustri. «Non si tratta soltanto di eliminare il dolore, ma di restituire a chi era abituato a muoversi la possibilità di continuare a farlo, senza portarsi addosso il peso dell’intervento».

 

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