Un mal di schiena che dura da mesi o addirittura da anni porta spesso il paziente a concentrarsi esclusivamente sulla zona in cui avverte il dolore, dando inizio a un percorso fatto di fisioterapia, stretching, trattamenti osteopatici o farmaci che possono offrire un sollievo temporaneo senza però risolvere il problema. Quando il disturbo torna sempre nello stesso punto, nonostante i diversi tentativi, diventa quindi necessario chiedersi se la sua origine si trovi realmente nella colonna oppure in un’altra parte del corpo.
«Mi capita di incontrare persone che hanno seguito percorsi lunghi e frammentati, continuando a curare la schiena senza ottenere un risultato stabile», spiega il dottor Walter Salustri, chirurgo ortopedico specializzato nelle patologie dell’anca e del ginocchio. «In alcuni casi la lombalgia è soltanto il sintomo, mentre la causa reale è un’anca bloccata che il paziente non collega al dolore e che, proprio per questo, può restare a lungo senza una diagnosi corretta».
Quando il modo di camminare rivela il problema
Uno degli elementi che possono indirizzare la valutazione riguarda l’andatura, perché un’articolazione dell’anca poco mobile porta il corpo a cercare spontaneamente posizioni capaci di ridurre il fastidio. «Un segnale che osservo con attenzione è il piede ruotato verso l’esterno», chiarisce Salustri, spiegando che questa postura può nascere come meccanismo di difesa dal dolore all’inguine: la gamba viene leggermente ruotata, il fastidio si attenua, ma il nuovo equilibrio può generare una sensazione di pesantezza sulla parte anteriore della coscia e un sovraccarico che arriva fino alla zona lombare.
È proprio questa sovrapposizione di sintomi a rendere alcuni casi difficili da interpretare. Salustri ricorda, ad esempio, un paziente di cinquantaquattro anni sottoposto a ozonoterapia per una presunta ernia, nonostante il disturbo principale fosse una pesantezza sulla parte anteriore della coscia; soltanto attraverso una visita mirata è emerso che l’origine del problema era un’anca bloccata.
Una diagnosi corretta evita di inseguire il sintomo
Il rischio, in situazioni come queste, è continuare a intervenire sul punto in cui il dolore viene percepito senza arrivare alla struttura che lo genera, ottenendo miglioramenti brevi seguiti dalla ricomparsa dello stesso disturbo. «Molti pazienti procedono per tentativi e finiscono per brancolare nel buio, perché si cura il sintomo senza arrivare a una vera diagnosi», osserva Salustri. «Se non si individua la causa, il fastidio è destinato a ripresentarsi».
Per riconoscere il collegamento tra anca e schiena non basta quindi limitarsi agli esami strumentali, ma serve una visita accurata, capace di osservare la mobilità dell’articolazione, l’andatura e quei piccoli adattamenti che il corpo mette in atto per evitare il dolore. «Occorre dedicare tempo alla valutazione ed essere molto specializzati, perché anche professionisti di grande esperienza, quando lavorano prevalentemente su altri distretti, possono non collegare immediatamente questi segnali all’anca», sottolinea il chirurgo.
La lastra non basta per decidere l’intervento
Individuare l’origine del problema non significa però arrivare automaticamente alla chirurgia, perché l’intervento viene preso in considerazione soltanto quando le condizioni dell’articolazione incidono concretamente sulla vita della persona. «Non si decide di operare guardando soltanto una radiografia», precisa Salustri. «Il momento arriva quando il dolore compromette la qualità della vita e limita in modo significativo le attività quotidiane».
Arrivare per tempo a una diagnosi corretta permette quindi di evitare anni di terapie rivolte alla schiena quando il disturbo nasce invece dall’anca, riducendo sofferenza, attese e trattamenti privi di efficacia duratura. È su questo principio che si basa l’approccio di Salustri: comprendere prima di intervenire, individuando la causa reale e costruendo soltanto dopo il percorso più appropriato per il paziente.
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