Liberati gli ostaggi: gioia e preghiere nel Ghetto di Roma

Tra le vie del Ghetto ebraico si celebra la speranza, ma resta la paura. La fine di un’attesa lunga due anni

ghetto

Non è ancora mattina piena quando in via Elio Toaff, nel Ghetto ebraico di Roma, viene rimosso lo striscione con i volti degli ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre, due anni fa. Un gesto simbolico, che coincide con il rilascio degli ultimi prigionieri: una notizia attesa, sperata, e che si diffonde in tempo reale in tutto il mondo. «Sono tornati finalmente a casa», ripetono commossi alcuni giovani tra i vicoli del Portico d’Ottavia.

Oggi è una giornata di doppia celebrazione: da un lato il settimo giorno di Sukkot, festa ebraica della gioia e dell’ospitalità; dall’altro la fine di una prigionia che ha tenuto intere famiglie con il fiato sospeso. «Dopo due anni di dolore, paura e attesa infinita, tutti gli ostaggi trattenuti da Hamas sono finalmente tornati a casa», afferma Luca Spizzichino, presidente dell’Unione giovani ebrei d’Italia. «Oggi si chiude un capitolo doloroso e inizia un percorso di ricostruzione e di speranza».

Canti, bandiere e riflessioni su una libertà fragile

Tra le vie del quartiere si prega, si canta, e una bandiera israeliana con il nastro giallo – simbolo della campagna per la liberazione degli ostaggi – sventola da una finestra. Da un’altra, accanto, una bandiera americana ricorda l’impegno internazionale in questa lunga e complessa trattativa.

Seduto a un tavolo di un ristorante, Amit riflette: «La liberazione degli ostaggi è un traguardo per il mondo intero». Ottimista sull’ipotesi di un accordo di pace, esprime però timori profondi: «Nel resto del mondo si respira un antisemitismo che non si vedeva da quasi cinquant’anni».

È una giornata di festa, sì, ma anche di memoria e di consapevolezza. Perché se la gioia è piena, la paura non è ancora sconfitta.

Redazione

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