Nel femminicidio di Martina Scialdone, la giovane avvocata uccisa dal suo ex, Costantino Bonaiuti, davanti a un ristorante di via Amelia, la Corte d’Appello aveva ridotto la pena dell’uomo, condannandolo a 24 anni e otto mesi di carcere, dopo avergli concesso le attenuanti generiche. Tuttavia, la Procura generale della Cassazione ha contestato questa decisione, chiedendo di rivedere la sentenza in merito all’aggravante della premeditazione. La Cassazione ha accolto il ricorso, annullando parzialmente la condanna e stabilendo che il caso dovrà essere riesaminato in un nuovo processo d’appello.
I dettagli del crimine
Il crimine è stato particolarmente efferato: Bonaiuti, un ingegnere di 63 anni, ha ucciso Martina Scialdone con colpi di pistola per gelosia e rancore. L’uomo aveva seguito la vittima tramite un dispositivo GPS che aveva installato sul suo cellulare, prima di colpirla alle spalle con una pistola semiautomatica Glock, che deteneva illegalmente, sebbene per uso sportivo. L’assassino è stato accusato di omicidio volontario aggravato dai motivi futili e abietti, tra cui la gelosia, e dalla premeditazione, in quanto aveva portato con sé l’arma e l’aveva usata deliberatamente contro la vittima.
Il ricorso della Procura e le implicazioni
Il ricorso della Procura generale ha sottolineato l’importanza di considerare la premeditazione come aggravante principale del crimine. La Cassazione, accogliendo questa posizione, ha annullato la sentenza di appello e ha ordinato un nuovo processo, in cui sarà riconsiderata la pena per Bonaiuti. Il caso rappresenta un esempio emblematico della violenza domestica e delle dinamiche di femminicidio, che coinvolgono spesso anche la gelosia e il controllo ossessivo da parte degli aggressori.
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