Doveva essere un intervento chirurgico necessario per risolvere un’occlusione intestinale, ma per Marta, nome utilizzato per tutelarne la privacy, quella notte di agosto 2021 ha segnato l’inizio di una lunga e drammatica vicenda sanitaria. La donna, oggi 53enne, è entrata al Policlinico Umberto I di Roma per un problema addominale ed è uscita dopo 163 giorni con conseguenze fisiche permanenti che hanno cambiato radicalmente la sua vita.
Marta, cuoca ed ex docente di ristorazione per i detenuti del carcere di Rebibbia, non è più riuscita a tornare alla propria attività professionale. Attualmente presenta una capacità respiratoria ridotta, numerosi problemi motori e un’invalidità complessiva del 52 per cento.
Secondo una consulenza medico-legale disposta dal tribunale di Roma, il danno sarebbe collegato a una grave criticità verificatasi prima dell’intervento chirurgico: la mancata presenza di un sondino nasogastrico prima dell’anestesia, circostanza che avrebbe favorito l’inalazione nei polmoni di circa 800 millilitri di materiale gastrico.
La diagnosi corretta e il problema prima dell’operazione
La vicenda ha avuto origine il 27 agosto 2021, quando Marta è stata trasportata al pronto soccorso del Policlinico Umberto I dopo una giornata caratterizzata da dolori addominali, nausea e vomito. Gli accertamenti hanno evidenziato un’occlusione meccanica dell’intestino tenue, probabilmente causata da una briglia aderenziale, ovvero una cicatrice interna capace di comprimere l’intestino.
Gli esami diagnostici avevano mostrato una situazione che richiedeva un intervento rapido. La perizia del tribunale ha infatti confermato che la diagnosi era corretta e che anche la decisione di procedere con l’operazione era appropriata.
Anche l’intervento chirurgico, secondo i consulenti incaricati, sarebbe stato eseguito senza errori tecnici o complicanze direttamente legate alla procedura. L’attenzione si è quindi concentrata sui minuti precedenti all’operazione, nella fase preparatoria dell’anestesia.
Il ruolo del sondino nasogastrico e l’inalazione del materiale gastrico
La cartella anestesiologica contiene un passaggio considerato centrale nella ricostruzione dei fatti: Marta risultava “non provvista di SNG”, cioè senza sondino nasogastrico, nonostante presentasse nausea e avesse avuto episodi di vomito.
Il dispositivo avrebbe avuto il compito di svuotare lo stomaco prima dell’anestesia, riducendo il rischio che il contenuto gastrico potesse risalire e raggiungere le vie respiratorie durante la perdita dei riflessi protettivi provocata dall’addormentamento.
Secondo quanto riportato nella documentazione sanitaria, il sondino sarebbe stato inserito dopo l’induzione anestesiologica. Dal dispositivo sarebbero poi fuoriusciti circa 800 millilitri di materiale gastroenterico, un quantitativo ritenuto significativo dai consulenti. La perizia evidenzia che l’inalazione di materiale enterico nei polmoni si sarebbe verificata durante la procedura di intubazione, causando successivamente una grave compromissione respiratoria.
Dalla terapia intensiva alla lunga riabilitazione
Dopo l’episodio, le condizioni di Marta sono rapidamente peggiorate. Nei giorni successivi sono comparsi gravi problemi respiratori, infezioni e insufficienze d’organo che hanno richiesto un lungo ricovero in terapia intensiva. La documentazione medico-legale ricostruisce un percorso complesso: polmonite severa, shock settico, insufficienza renale con necessità di dialisi, pneumotorace, tracheotomia e supporto respiratorio avanzato. Nel corso delle settimane sono state inoltre riscontrate diverse infezioni batteriche e fungine.
Nel novembre 2021 la donna è stata sottoposta a un ulteriore intervento toracico per trattare le conseguenze dell’infezione pleurica. Dopo il progressivo miglioramento delle condizioni cliniche, è stata trasferita in una struttura riabilitativa respiratoria. Quando ha lasciato definitivamente l’ospedale, nel febbraio 2022, Marta non era più autonoma nei movimenti e aveva bisogno di un lungo percorso di recupero.
La valutazione dei danni permanenti
La visita medico-legale effettuata dai consulenti del tribunale ha evidenziato conseguenze ancora presenti a distanza di anni. La donna presenta limitazioni agli arti superiori, problemi agli arti inferiori, difficoltà respiratorie e alterazioni della voce legate alla paralisi di una corda vocale. La relazione descrive inoltre cicatrici chirurgiche sull’addome e sul torace e un quadro psicologico compatibile con una sindrome ansioso-depressiva collegata all’esperienza vissuta.
Secondo i consulenti, i postumi impediscono a Marta di svolgere il lavoro che praticava prima dell’intervento. Le attività che richiedono capacità manuali, spostamenti e concentrazione risultano incompatibili con le sue attuali condizioni.
Il confronto tra consulenti e la richiesta di risarcimento
La struttura sanitaria ha contestato le conclusioni della consulenza, sostenendo che alcune valutazioni avrebbero fatto riferimento a indicazioni successive rispetto ai fatti del 2021 e che, in una situazione urgente, il sondino non sarebbe stato indispensabile.
I consulenti nominati dal tribunale hanno però respinto queste osservazioni, spiegando che le raccomandazioni cliniche richiamate erano già espressione della pratica medica precedente agli eventi contestati. Secondo la perizia, inoltre, la mancata annotazione di alcune procedure nella documentazione anestesiologica equivarebbe a non averle eseguite.
La conclusione della consulenza attribuisce quindi la responsabilità alla gestione anestesiologica della fase precedente all’intervento, individuando un rapporto causale tra la condotta contestata e i danni permanenti riportati dalla paziente.
La battaglia legale dopo il danno subito
Marta si è rivolta all’avvocato Erdis Doraci per ottenere il riconoscimento dei danni subiti. Il legale ha sottolineato come, nonostante l’esito della consulenza tecnica preventiva disposta dal tribunale, la questione non abbia ancora portato a un risarcimento.
La richiesta riguarda le conseguenze sanitarie, lavorative e personali affrontate dalla donna dopo l’episodio del 2021. Secondo la difesa, il caso evidenzia le difficoltà che possono incontrare i pazienti anche dopo un accertamento tecnico favorevole. La vicenda resta ora al centro del confronto tra la paziente e il Policlinico Umberto I, mentre saranno gli sviluppi giudiziari a stabilire gli eventuali risarcimenti e le responsabilità definitive.
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