Protesi al ginocchio: quando basta un impianto “mirato” e perché la scelta non si fa solo con la radiografia

L’evoluzione degli impianti e delle tecniche permette, in casi specifici, di sostituire anche solo il compartimento usurato, con recuperi spesso più rapidi. La decisione passa da esami sotto carico, valutazione clinica e motivazione del paziente, oltre a un post-operatorio gestito in squadra con il fisioterapista.

spiega Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano (AQ).

Il momento in cui l’artrosi del ginocchio diventa davvero limitante è spesso quello in cui il paziente inizia a chiedersi se esiste una soluzione “definitiva”, dopo mesi, se non anni, di terapie conservative. «Negli ultimi tempi la chirurgia protesica del ginocchio è cambiata molto, grazie all’evoluzione degli impianti e delle tecniche. Oggi abbiamo diverse soluzioni: da un lato protesi più specifiche e personalizzate; dall’altro, in casi selezionati, protesi parziali e non necessariamente totali», spiega Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano (AQ). Da qui la domanda più frequente: quando ha senso operare, e con quale tipo di impianto?

La scelta dell’intervento

La decisione, chiarisce Fini, non si prende esclusivamente “con la radiografia in mano” e non può prescindere da come sta la persona. «La prima cosa importante è che il paziente sia pronto psicologicamente ad affrontare l’operazione: spesso non lo è, e bisogna arrivarci piano piano», precisa. In genere, è un passaggio che matura nel tempo: «È il paziente stesso che a un certo punto te lo chiede: “Dottore, abbiamo provato l’infiltrazione, abbiamo provato un po’ di tutto, ma la qualità della mia vita sta peggiorando”. In quel momento la chirurgia smette di essere un’ipotesi lontana e diventa una possibilità concreta, anche in età avanzata, se le condizioni lo consentono. Nella mia esperienza ho operato una signora di 86 anni: a distanza di un anno sta benissimo e cammina, mentre prima era costretta per molte ore al giorno su una sedia».

Protesi totale o mini-protesi?Una volta stabilito che l’intervento è indicato, il punto di partenza è capire quanto l’artrosi sia circoscritta. «Il ginocchio ha tre compartimenti, mediale, laterale e femoro-rotuleo, e se è coinvolto solo uno oggi si può intervenire senza sostituire tutta l’articolazione. Io la chiamo mini-protesi, o protesi monocompartimentale – illustra Fini -. In questi casi si preserva più osso e si mantengono strutture fondamentali come i legamenti che danno stabilità».

Per decidere il tipo di impianto servono valutazioni cliniche e radiografiche: «Vanno fatte radiografie sotto carico in determinate proiezioni e, da lì, si capisce quale impianto è più adatto. A volte il paziente arriva convinto che serva una protesi totale, poi con questi esami ci rendiamo conto che è sufficiente una mini-protesi, con vantaggi concreti perché si preserva più osso e spesso si perde anche meno sangue, con un recupero più rapido».

Anche l’impostazione dell’intervento contribuisce a rimettere in moto il paziente in tempi brevi. «Nei casi indicati utilizziamo un’anestesia loco-regionale subaracnoidea, che addormenta solo l’arto interessato. Quando l’effetto si attenua, dopo qualche ora, il paziente può già iniziare a muovere il ginocchio, sedersi e fare qualche passo. In genere la degenza è breve: il paziente resta in clinica tre giorni e poi rientra a casa con le stampelle».

Il recupero post-operatorio

Nel post-operatorio, il passaggio decisivo è la riabilitazione. L’obiettivo è recuperare gradualmente mobilità e forza, senza forzare i tempi ma anche senza “proteggere troppo” l’articolazione. «Da lì in poi il fisioterapista è fondamentale e deve lavorare in tandem con il chirurgo, perché il dialogo tra chi opera e chi segue la fase successiva incide davvero sul risultato», sottolinea Fini. Il lavoro procede per step, con esercizi mirati e carichi progressivi, e richiede costanza anche a casa. In parallelo, quando serve, vanno affrontati i fattori che rallentano i progressi, dalla gestione del peso alla correzione di abitudini e movimenti che sovraccaricano il ginocchio. «Cerco sempre di fare il medico prima del chirurgo, perché fiducia ed empatia aiutano a costruire un percorso realistico anche dopo l’intervento: l’operazione è un momento, ma il risultato si costruisce con l’ascolto e con una guida chiara nella fase successiva», conclude.

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