Alluce valgo: quando la chirurgia diventa necessaria e cosa aspettarsi dalla ripresa

Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano, in provincia dell’Aquila

Dolore, difficoltà a camminare e scarpe sempre più “impossibili da indossare”: l’alluce valgo è spesso trattato come un problema estetico, ma per chi lo cura è prima di tutto una questione funzionale, perché provoca dolore, infiammazione e difficoltà nelle attività quotidiane. Capire quando basta un approccio conservativo o quando serve la chirurgia, e soprattutto come gestire la fase successiva, è decisivo per limitare complicanze e recidive.
«L’alluce valgo è una deformazione dell’articolazione tra il primo metatarso e la falange: colpisce uomini e donne, ma nelle donne è più frequente per una maggiore lassità capsulo-legamentosa, a cui si somma l’uso di calzature più strette», spiega Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano, in provincia dell’Aquila.

Le prime strategie non chirurgiche

La deviazione progressiva dell’alluce può modificare l’appoggio del piede e rendere dolorose attività quotidiane come camminare o stare in piedi a lungo. Nelle fasi iniziali si può provare a contenere i sintomi: plantari, calzature adeguate e, in alcuni casi, tutori aiutano a gestire il carico. «Sono strumenti utili come supporto, ma non riportano l’articolazione “ad integrum”: quando la deformità è strutturata, la correzione completa è chirurgica», chiarisce Fini.
Uno dei nodi principali è il timing: una paziente che arriva dopo anni, con una deformità importante e adattamenti consolidati, ha un percorso più complesso rispetto a chi interviene su un quadro medio. Quanto più la deformità è avanzata e datata, tanto più è difficile ottenere lo stesso risultato di un caso trattato precocemente.

Intervento mini-invasivo: meno dolore e recupero più rapido

«Oggi, la chirurgia può avvalersi anche di tecniche mini-invasive che puntano a ridurre il trauma sui tessuti e a velocizzare la ripresa. Nella nostra pratica, ad esempio, abbiamo messo a punto una tecnica mini-invasiva che non prevede mezzi di sintesi metallici: correggiamo la deformità con una piccola incisione sul dorso del piede. Utilizziamo un pin in acido polilattico (PLA), che entra nell’osso e poi si riassorbe, senza lasciare pezzi in metallo. Anche la gestione del dolore passa da un’anestesia mirata, locale, che può garantire analgesia per 48–72 ore e ridurre drasticamente il ricorso agli antidolorifici», illustra Fini. La procedura viene applicata nelle strutture in cui opera: ad Avezzano (AQ), presso lo studio medico e fisioterapico Medilab e la clinica Di Lorenzo; alla Clinica Quisisana a Roma; a Villa Letizia all’Aquila e alla Clinica San Marco ad Ascoli Piceno.

L’intervento dura in media circa venti/trenta minuti: «Non perché sia facile, ma perché dopo anni di esperienza abbiamo standardizzato i passaggi: la semplificazione è a vantaggio della paziente, che recupera più rapidamente». Nel protocollo descritto, la deambulazione è precoce: la paziente può camminare già il pomeriggio con una scarpa post-operatoria per 2–3 settimane e, gradualmente, tornare a una calzatura comoda dopo circa 20–25 giorni, secondo indicazione clinica.

La parte decisiva: il post-operatorio

Per Fini, però, la differenza si gioca dopo la sala operatoria. «Seguire il paziente nel post-operatorio è fondamentale: a volte è più importante del gesto chirurgico», afferma. Il percorso prevede controlli ravvicinati e medicazioni specifiche: una prima visita intorno al quinto giorno e poi, di norma, verifiche settimanali fino alle tre-quattro settimane, con poche regole pratiche da rispettare. L’obiettivo è intercettare precocemente segnali come gonfiore e dolore, riducendo il rischio di problemi post-operatori e di recidive legate anche al mancato rispetto delle indicazioni.

«Bastano poche regole, ma vanno rispettate», conclude Fini.

Il messaggio è semplice: arrivare presto alla valutazione, non aspettare che la deformità diventi “storica”, e considerare la chirurgia solo in funzione di un metodo completo e non come scorciatoia.

 

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